Il cammino dell’Angelo

Un'opera al giorno, per proporvi un anticipo della mostra "Il cammino dell'Angelo. Percorsi del sacro nelle opere di Maria Jannelli e Renato Galbusera".

Il cammino dell'Angelo

a cura di Mario Quadraroli

con un testo di Carlo Capponi, Responsabile dell’Ufficio Beni Colturali dell’Arcidiocesi di Milano

Sulla pagina Facebook di Bipielle Arte, vi proporremo un’opera al giorno in attesa della riapertura della sala al pubblico.

 

Un percorso per ‘qui ed ora’testo di Carlo Capponi

Jannelli Galbusera. Potrebbe essere un unico artista che si esprime con modalità a volte leggermente differenti ma in una linea di ricerca che è ben riconoscibile.

Invece sono due persone: uomo e donna. La loro ricerca dello spirituale dell’arte, senza rimandare a testi classici su questo tema, è da sempre presente. Quella dimensione visibile, ma non palpabile, quella forma che c’è ma che non si può contenere. In fondo loro hanno ‘semplificato’ questo assunto nella forma dell’angelo. Figura mitologica di ogni grande ricerca spirituale. Per il cristianesimo l’angelo chiude ai progenitori la porta del Paradiso ma apre anche quella della vittoria sulla morte, sempre all’interno di un giardino. Come fu, per il racconto biblico, una donna ad ascoltare la voce dell’egoistica divisione, così furono le donne ad ascoltare per prime che la morte era stata sconfitta e a permettere, in un secondo momento, a Pietro – anch’esso progenitore di una schiera di viventi – di accedere al giardino ai piedi del Golgota.

Simone Weil in uno degli ultimi testi da lei scritti (La persona e il sacro), ebbe a dire: “Ciò che per me è sacro non è la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui.” E più avanti: “Ciò che è sacro nella scienza è la verità. Ciò che è sacro nell’arte è la bellezza. La verità e la bellezza sono impersonali.”

Allora ben vengano le trasposizioni al contemporaneo nelle opere della Via Crucis della coppia Jannelli Galbusera. Se la persona è transeunte, la verità è permanente oltre la contingenza dello scorrere della storia. Il rappresentare le figure nei grandi pannelli delle ‘Stazioni’ di questo cammino a tappe con abiti o scarpe del presente, è la manifestazione che la realtà di quel percorso che oggi rievochiamo non è semplice memoria storica al pari della vittoria contro Annibale da parte delle legioni romane, ma è un fatto che accade nell’oggi, nel concreto della nostra vita; e questo vale sia che lo si compia a Lodi che a Gerusalemme, o in ogni altro luogo del mondo in cui ci sia un credente che ripercorre quel viottolo della Città di Davide portando il peso del dolore di altri, come fece quel Simone di Cirene che, inconsapevole, rientrando da una giornata di lavoro divenne per sempre parte della ‘Via della Salvezza’ in Gesù il Nazareno.

Certo le composizioni di questi grandi teleri rimandano in qualche angolo a opere della grande storia dell’arte, come non sarebbe possibile da parte di due persone che hanno formato generazioni di ragazzi nella scuola superiore e nelle Accademie, che si sono sempre posti in rapporto con il loro linguaggio che ci porta all’oggi del nostro concreto vissuto. Forse unica eccezione il velo della Veronica, donna che dall’unicità del gesto ha assunto la propria identità, e che ha tramandato quel volto da tutti subito identificato come il ‘Volto Santo’.

Boccioni, ripreso da Eva Tea in un suo testo del 1936 Lo spirito religioso e il Novecento, scriveva: “Vi sono nei moti della materia degli elementi di passionalità, che fanno convergere le linee di un dramma plastico verso una determinata catastrofe. Lo stato d’animo è l’organizzazione di questi elementi plastici della realtà”.

In queste opere possiamo trovare questa nuova composizione di elementi del nostro vissuto; elementi che, radicati nella memoria, cioè nel vivere oggi un fatto storico, si pongono in quello spazio di silente penombra che, come il fresco che accoglie il viandante nelle chiese antiche lasciando oltre la soglia la calura opprimente dell’estate rigogliosa di vita nella natura, permette a chiunque di noi oggi di essere accolti in quel mistero a cui i numeri delle Stazioni rimandano.

I colori dominanti delle opere ricordano la domanda di senso e la certezza – comunque – di una vittoria. Il nero, non assoluto ma vivo come le ombre delle navate delle nostre chiese antiche, il rosso richiamo alla vittoria come ancora impiegato negli stessi paramenti della Liturgia della Chiesa. I personaggi spesso sono assorti in loro stessi, ad occhi chiusi; unica eccezione è il cane, figura costante nelle opere di Maria Jannelli, che osserva noi, immagine della fedeltà assoluta, oltre ogni oltraggio che troppi ancora infliggono alla sua specie; il suo sguardo sembra chiedere di aprire non solo il nostro occhio ma quella capacità del partecipare che passa dall’iride per entrare nel cuore e divenire da immagine a realtà.

Opere che pongono a chi le osserva una domanda, come fecero a Gesù sia i Sacerdoti che Pilato. Questo porsi davanti ad un accadimento è il primo passo verso una ricerca di senso che si aprirà solo al termine, quando saranno gli Angeli ad annunciare ai nostri tristi cuori e agli occhi appesantiti dalle molte lacrime, che il Vivente non è più co-stretto nella caverna della caducità ma è oltre, pur nella fisicità di un incontro ancora possibile nell’amore della Maddalena o nella condivisione di un pesce cotto sulla riva del lago.

Carlo Capponi, Ufficio Beni Culturali e Arte Sacra, Arcidiocesi di Milano.